Intervista ad Alessandro Valenza | Policy analyst, lecturer e Senior Public Policy Consultant presso T33, Gruppo OpenEconomics
La Commissione europea ha da poco presentato la proposta di regolamento sugli appalti pubblici (Public Procurement Act), che sostituirebbe le tre direttive del 2014. Tra i riferimenti nel nuovo testo c'è lo studio "How EU public procurement rules affect regions and cities", realizzato nel 2025 da T33 per il Comitato europeo delle Regioni. Per capire che cosa cambia per amministrazioni, imprese e associazioni, abbiamo chiesto un parere esperto ad Alessandro Valenza.
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Perché questa proposta interessa anche chi non si occupa di appalti ogni giorno?
Perché cambia il tipo di lavoro che le amministrazioni devono saper fare. Il 9 settembre 2026 la Commissione ha proposto di sostituire con un unico regolamento le tre direttive del 2014 su appalti pubblici, settori speciali e concessioni. Il testo, che deve essere negoziato e votato dal Parlamento europeo e dal Consiglio dell'Unione europea, ha l'obiettivo dichiarato di semplificare. Allo stesso tempo, chiede alle amministrazioni aggiudicatrici, cioè agli enti che bandiscono gli appalti, competenze più ampie e un uso più sistematico dei dati. Se sarà adottata, la riforma non eliminerà completamente i problemi, ne cambierà la natura: il baricentro passerà dal rispetto delle procedure, la cosiddetta compliance, alla capacità di programmare, scegliere criteri di qualità, negoziare e gestire i dati, cioè alla performance.
Su quali evidenze si basa questa lettura?
Sullo studio che T33 ha realizzato nel 2025 con Spatial Foresight per il Comitato europeo delle Regioni. Il nostro metodo ha combinato analisi dei documenti, interviste, un'indagine su 62 enti locali e regionali di 18 Stati membri e un confronto con esperti giuridici e accademici su tre scenari. Quello che abbiamo capito è che le difficoltà dipendono solo in parte dalle direttive: pesano anche la sovrapposizione con la normativa settoriale, le regole aggiunte dagli Stati in sede di recepimento, l'incertezza interpretativa e la limitata capacità amministrativa. Circa la metà degli enti che hanno risposto all'indagine indica l'interpretazione delle norme come una difficoltà frequente.
In concreto, che cosa cambia rispetto alle regole attuali?
La prima semplificazione riguarda il modo in cui la normativa europea entra in vigore. Oggi gli appalti seguono tre direttive del 2014, su concessioni, appalti classici e settori speciali, che gli Stati devono trasformare in legge nazionale: questo passaggio si chiama recepimento. Con il Public Procurement Act la Commissione propone invece un unico regolamento, che si applica direttamente. La proposta sostituisce la pluralità di procedure con tre strumenti: nella procedura aperta gli operatori presentano un'offerta che dopo si può negoziare; nella procedura dinamica gli operatori aderiscono prima a un sistema di commesse che resta aperto per tutta la sua durata e l'amministrazione li invita poi a presentare offerte per le singole opportunità; infine la procedura per l'innovazione (innovation challenge) serve a sviluppare soluzioni innovative su commissione.
E per quanto riguarda i criteri per l'aggiudicazione?
Nella proposta il miglior rapporto qualità/prezzo diventa il criterio ordinario: di norma l'offerta non vince solo perché costa meno. I criteri qualitativi devono pesare per almeno il 30% del punteggio, quota che sale al 50% per i contratti ad alta intensità di manodopera, cioè con costo del lavoro pari ad almeno il 50% del valore. L'amministrazione può derogare, ma deve motivarlo nel bando, spiegando che la qualità è già garantita dalle specifiche tecniche o dalle condizioni di esecuzione. In un appalto di pulizie, per esempio, almeno metà dei punti andrebbe a qualità del servizio, formazione del personale e criteri ambientali, e il prezzo varrebbe al massimo l'altra metà. Per questo le amministrazioni aggiudicatrici devono essere competenti nel contenuto, oltre che nella procedura: fissare criteri pertinenti e misurabili e poi valutarli in modo trasparente.
Che cosa cambia in pratica per una singola amministrazione?
Ogni amministrazione, anche la più piccola, dovrà applicare direttamente il testo europeo, senza la legge nazionale di recepimento: per questo guide, modelli e servizi di assistenza diventeranno essenziali. Dovrà anche trasmettere le informazioni sulle procedure ai sistemi nazionali di dati entro 20 giorni, anche per i contratti sotto soglia di valore pari o superiore a 10.000 euro.
Perché i dati hanno un ruolo così centrale?
Perché lo studio osservava che i dati sugli appalti sono spesso trattati come un adempimento formale, più che come una fonte di conoscenza per le politiche. La proposta istituisce spazi nazionali di dati sugli appalti, collegati a uno spazio europeo gestito dalla Commissione. Secondo la relazione di accompagnamento serviranno a monitorare concorrenza, partecipazione transfrontaliera, accesso delle piccole e medie imprese (PMI), appalti strategici e rischi per l'integrità e la sicurezza dell'approvvigionamento. Gli Stati membri dovranno avere un sistema di monitoraggio basato su evidenze e pubblicarne i risultati almeno una volta l'anno. Per la singola amministrazione servono anche a capire il funzionamento dei mercati. Il passaggio da regole migliori a una migliore conoscenza degli appalti è la cosiddetta procurement intelligence.
Quali sono le criticità e che cosa resta aperto?
La negoziazione ammessa in tutte le procedure amplia la discrezionalità e richiede competenze più solide, oltre a presidi adeguati di trasparenza e integrità. Anche il comitato per il controllo normativo della Commissione ha richiamato l'attenzione sugli effetti combinati di più negoziazione e più qualità. Il regolamento riduce il rischio di gold-plating, cioè della pratica con cui uno Stato membro introduce regole, requisiti o burocrazia aggiuntivi, ma restano possibili differenze negli ambiti lasciati agli Stati membri, come gli appalti sotto soglia e l'organizzazione amministrativa. Alcune questioni saranno poi decisive nella fase di attuazione: la disaggregazione territoriale dei dati, rinviata agli atti di esecuzione; l'accesso di regioni e città ai dati e il loro uso per le proprie politiche; l'effettiva interoperabilità dei sistemi; le risorse per la professionalizzazione, affidate agli Stati membri. Alcune raccomandazioni dello studio, come gli incentivi legati ai fondi e al Semestre europeo, il coinvolgimento degli stakeholder e le risorse per la capacità amministrativa, richiederebbero strumenti ulteriori rispetto al regolamento: dipendono soprattutto dal quadro delle politiche UE 2027 e dalle scelte della Commissione e degli Stati membri.
Che cosa devono fare le amministrazioni, e che cosa cambia per le imprese?
I due anni previsti tra l'entrata in vigore e l'applicazione del regolamento saranno il periodo in cui costruire le capacità richieste. Per le amministrazioni significa programmare gli acquisti, imparare a conoscere il mercato, scegliere e ponderare i criteri, negoziare, usare i dati e monitorare i risultati. La proposta rende obbligatoria una strategia nazionale di professionalizzazione, con strutture di supporto anche a livello regionale e locale. Per le imprese, la riforma è una sfida per le capacità dell'ufficio gare e, grazie alla potenziale disponibilità dei dati e al maggior peso dei criteri qualitativi, può essere anche un'opportunità di crescita. Il quadro dei dati dovrebbe inoltre consentire di misurare la partecipazione delle PMI, e lo studio raccomandava di coinvolgere in modo stabile enti locali, PMI ed economia sociale in tutte le fasi della riforma. Si apre così un ambito di lavoro che comprende governance dei dati, analisi, valutazione e rafforzamento della capacità amministrativa, a cui T33 e OpenEconomics intendono continuare a dare il proprio contributo.














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